Archivio degli autori

Incidente sugli scii e risarcimento danni

Il sinistro sulla neve: l’incidente occorso sulle piste da sci

Il risarcimento del danno causato da caduta durante l’uso degli sci all’interno degli impianti sciistici

L’Avv. Chiara Pollini opera nel proprio Studio Legale in provincia di Firenze, nel Comune di Sovigliana-Vinci, a pochi passi dal centro città di Empoli. L’Avv. Chiara Pollini è avvocato civilista, con consolidata esperienza, tra l’altro, in materia di responsabilità civile e risarcimento danno da infortuni.

In questo periodo dell’anno, oltre alle consuete richieste di assistenza legale per i sinistri stradali, la consulenza dell’avvocato può rendersi necessaria per incidenti verificatisi nella pratica dei più comuni sport invernali sulla neve: sci di fondo, sci alpino, slittino e snowboard.

risarcimento danni in seguito ad incidente su sci o slittino

Anche lo sci, infatti, come quasi ogni attività sportiva, può comportare dei rischi e, quando si verificano infortuni e/o incidenti sulle piste, la consulenza di un avvocato civilista può essere opportuna affinché il danneggiato possa essere seguito al meglio nella gestione della propria domanda di risarcimento danni per le lesioni riportate per la caduta con gli scii.

Le cause degli incidenti sulla neve sono collegate, per lo più, al mancato rispetto da parte degli sciatori delle norme previste dalle Legge durante la permanenza all’interno dei tanti impianti sciistici presenti sul nostro territorio nazionale.

La legge n.363 del 2003 ha introdotto (ex art.2054 c.c.), una presunzione di concorso di colpa, in caso di scontro tra sciatori. Presunzione che opera, ovviamente, salvo prova contraria. In caso di sinistro quindi, gli sciatori coinvolti saranno considerati corresponsabili dello scontro (e quindi dei danni riportati) fino a quando non dimostreranno una diversa ripartizione della responsabilità.

Al riguardo, anche in questa sede, non guasterà ricordare al Cliente che intende rivolgersi all’avvocato civilista di propria fiducia che, da quest’anno, il D.L. 40/21 relativo alle «norme sulla sicurezza delle discipline sportive invernali», all’art 30 (Assicurazione obbligatoria) ha introdotto l’obbligo assicurativo per l’attività sciistica, per cui «lo sciatore che utilizza le piste da sci alpino deve possedere una assicurazione in corso di validità che copra la propria responsabilità civile per danni o infortuni causati a terzi».

Tuttavia, bisognerà prescindere dalla polizza assicurativa obbligatoria dello sciatore, quando è causa dell’incidente con gli sci, o con lo snowboard (o persino con lo slittino!), la condotta del gestore dell’impianto sciistico: chi paga i danni per l’infortunio sugli sci occorso per un inadempimento del gestore dell’impianto sciistico?

I danni per l’infortunio sugli sci occorso per un inadempimento del gestore dell’impianto sciistico

La responsabilità civile del gestore dell'impianto sciistico

Con riguardo alla responsabilità del gestore dell’impianto in caso di richiesta di risarcimento del danno per lesioni causate da incidente sulla pista da sci, si riporta una recente Sentenza del Tribunale di Bolzano (Febbraio 2020 n.193) dalla quale si evince l’orientamento del Tribunale Altoatesino nel caso in cui la pista da sci nasconda un pericolo per lo sciatore.

La massima in commento così dispone “In tema di responsabilità civile, considerando la natura intrinsecamente pericolosa dell’attività esercitata sulle piste da sci, nonché l’estensione delle stesse e la loro possibile intrinseca anomalia anche per fattori naturali, affinché si possa pervenire all’individuazione di un comportamento colposo del gestore ex art. 2043 c.c., con conseguente obbligo del risarcimento del danno, è necessario che il danneggiato provi l’esistenza di condizioni di pericolo della pista che rendano esigibile la protezione da possibili incidenti, condizioni in presenza delle quali risulta configurabile un comportamento colposo del gestore per la mancata predisposizione di protezioni e segnalazioni, ricadendo invece sul gestore l’onere di provare fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità per l’utente di percepire e prevedere, con l’ordinaria diligenza, la suddetta situazione di pericolo(Trib.Bolzano, Sez. II, Sent. 18/02/2020 n.193).

Anche a prescindere dal contratto atipico di skipass, il gestore dell’impianto sciistico può essere chiamato a risarcire il danno allo sciatore infortunatosi sulla pista da sci se viene data prova della responsabilità extracontrattuale (ex art. 2049 e 2051 c.c.). La società che gestisce gli impianti sciistici, quindi, quale custode e/o proprietario della pista da sci (o da slittino o da snowboard) potrà rispondere dei danni subiti dal soggetto caduto con gli scii, salvo che provi il caso fortuito.

Il caso tipico: l’ostacolo imprevisto e non segnalato sulla pista da sci

Incidente sugli sci causato da ostacolo imprevisto e non segnalato correttamente

Nel caso di specie, il Tribunale di Bolzano ha condannato il gestore degli impianti al risarcimento del danno occorso allo sciatore, in quanto quest’ultimo aveva fornito prova, nel corso del giudizio, della mancata segnalazione di un’insidia che avrebbe potuto rappresentare un pericolo per lo sciatore. Precisamente, la caduta dello sciatore era stata causata da un ostacolo (una grata) non adeguatamente segnalato oltre il bordo della pista (addirittura al di fuori della pista da sci), ma che, stando alla pronuncia del Tribunale di Bolzano, il gestore aveva comunque l’obbligo di mettere in sicurezza in via cautelativa, stante la prossimità alla pista da scii, in via prudenziale, delimitando l’ostacolo o impedendo agli sciatori di avvicinarsi a quello.

Infatti, pur trovandosi il tutto [la grata] fuori del tracciato di pista, va evidenziato che il gestore deve garantire la sicurezza della pista da sci e prevedere che gli sciatori possano anche andare oltre la delimitazione della stessa; come, in effetti, è accaduto nel caso di specie”.

In caso di infortunio sulla neve, quindi, il gestore dell’impianto sciistico può essere tenuto a pagare i danni riportati alla persona a condizione che lo sciatore fornisca prova che esistevano condizioni di pericolo che il gestore dell’impianto avrebbe dovuto prevedere, prevenire e, quindi, rimuovere, ovvero mettere in sicurezza in considerazione dell’attività sportiva (pericolosa per propria natura) che ivi si svolge.

Cosa fare in caso di “incidente con gli sci”. La raccolta dei dati ambientali della pista da sci e delle caratteristiche del luogo della caduta e/o dello scontro sugli scii

In caso di incidente, si consiglia, naturalmente, per prima cosa, di chiamare i soccorsi senza indugio per sé e per gli altri. Ovviamente, tale obbligo incombe anche sul proprietario dell’impianto che è obbligato a garantire il soccorso e il trasporto degli infortunati ai più vicini pronto soccorso. Tuttavia, si ricorda che l’omissione di soccorso è punita dalla legge anche in riferimento agli altri utenti presenti in pista che abbiano assistito all’incidente.

Soccorso a seguito di incidente sugli sci

Al contempo, è molto importante raccogliere tutti gli elementi necessari a ricostruire con precisione la dinamica dell’incidente sulla pista da sci e descrivere in modo dettagliato il sinistro alle autorità eventualmente intervenute.

Come in caso di sinistro stradale, anche in caso di “sinistro con gli sci”, è utile il materiale fotografico dei danni patiti, delle tracce e del luogo del sinistro, così come la raccolta delle generalità di ulteriori utenti presenti in pista, per eventuali testimonianze. Si consiglia anche di prendere nota delle condizioni ambientali presenti al momento del sinistro, delle condizioni meteorologiche e delle caratteristiche del luogo dell’incidente, come l’esatta posizione in pista, la pendenza e la presenza di eventuali ostacoli ed indicazioni.

I dati raccolti, compresi gli estremi della polizza assicurativa obbligatoria degli altri sciatori coinvolti nell’incidente sulla neve, saranno determinanti per la domanda di risarcimento del danno alla compagnia di assicurazione e alla controparte e, in caso di giudizio, saranno fondamentali per convincere il giudice del fondamento della richiesta dei danni per le lesioni.

incidente su snowboard

Per una valutazione preliminare sul diritto a presentare domanda di risarcimento danni alla società che gestisce l’impianto sciistico, oppure per una valutazione del fondamento della pretesa risarcitoria nei confronti delle altre persone coinvolte in caso di “incidente sugli sci”, è possibile prendere un appuntamento in Studio, o prenotare una consulenza da remoto in video call, o richiedere un parere online ai contatti e con le modalità indicate nel sito internet.

dsw_web_pll
La prova del diritto all'assegno divorzile.

La prova del diritto all’assegno divorzile

L’Avv. Chiara Pollini opera nel proprio Studio Legale in provincia di Firenze, nel Comune di Sovigliana-Vinci, a pochi passi dal centro città di Empoli. L’Avv. Chiara Pollini, occupandosi sin dall’inizio della propria attività professionale di diritto di famiglia, assiste i propri Clienti nei procedimenti di divorzio congiunto, divorzio tramite procedura di negoziazione assistita e nei procedimenti di divorzio giudiziale.

Nell’ambito della specifica materia divorzile, tra le disparate questioni che, nel singolo caso concreto, attengono al divorzio tra i coniugi, l’assegno divorzile rappresenta, assieme al mantenimento dei figli, quella di maggiore interesse.

Prova del diritto all'assegno divorzile.

Con la cessazione degli effetti civili del matrimonio, può essere concordato (nel divorzio congiunto o in via di negoziazione assistita) o disposto dal Giudice (nel divorzio giudiziale) che una parte corrisponda all’altra un importo, solitamente mensile, a titolo di contributo economico, secondo i criteri stabiliti dall’art. 5 della Legge n.898/1970, poi modificata dalla Legge n.74/1987. Tale riconoscimento economico viene stabilito, secondo la lettera della legge, “tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Il dettato legislativo è stato oggetto di copiosa giurisprudenza di merito e di legittimità che ha interpretato variamente i criteri di determinazione dell’assegno divorzile nel corso dei decenni, cercando di modellare l’assegno di divorzio (o, meglio, i requisiti per ottenerlo) ai cambiamenti socioculturali del tempo e portando, quindi, a più indirizzi interpretativi.

La funzione compensativa e perequativa dell’assegno di divorzio (ex Corte di Cassazione Sent.n.18287/2018).

La funzione compensativa e perequativa dell'assegno di divorzio (ex Corte di Cassazione Sent. n.18287/2018)

In tempi più recenti, la Sentenza della Corte di Cassazione n.18287/2018 ha fornito chiarimenti sui presupposti del diritto all’assegno divorzile, risolvendo i contrasti interpretativi formatisi sul punto. In particolare, come già detto in un precedente articolo, l’assegno è venuto ad assumere una funzione, non soltanto assistenziale in favore del coniuge economicamente svantaggiato, ma, al tempo stesso, una funzione compensativa e perequativa.

Nel mutato quadro dei presupposti da valutare ai fini di stabilire l’esistenza del diritto all’assegno divorzile in capo al richiedente (l’AN della pretesa all’assegno divorzile) e, poi, la misura dell’assegno (il QUANTUM dell’importo periodico), in caso divorzio giudiziale in particolare, è essenziale – ai fini dell’accoglimento della domanda giudiziale dell’assegno – disporre e predisporre puntualmente i mezzi istruttori.

È, infatti, la medesima Corte di Cassazione, nella citata Sentenza n.18287/2018, a ricordare che è logicamente prioritario rispetto ad ogni altra valutazione in tema di diritto all’assegno divorzile, l’accertamento – la prova, quindi – delle condizioni economiche di entrambe le parti.

La prova delle condizioni economiche di entrambi i coniugi. Il confronto delle rispettive situazioni patrimoniali delle parti del divorzio giudiziale.

Il confronto delle situazioni patrimoniali di entrambi i coniugi nel divorzio giudiziale

Per molti anni, il Giudice ha preso in considerazione essenzialmente il reddito del richiedente in quanto, stando alla lettera della norma, quello dei coniugi che riteneva di avere diritto all’assegno di divorzio doveva provare di non disporre di “mezzi adeguati”.

Oggi, invece, ciascuna parte – non più soltanto quella richiedente l’assegno divorzile – dovrà provare la propria condizione economica nel complesso (redditi e globale entità dei rapporti/cespiti patrimoniali) per consentire al Giudice il confronto delle posizioni patrimoniali dei coniugi.

La Corte di Cassazione, infatti, nella famosa Pronuncia a Sezioni Unite del 2018 ha chiarito che “Posto che l’assegno divorzile svolge una funzione non solo assistenziale, ma in pari misura anche perequativa e compensativa, continuando ad operare i principî di eguaglianza e di solidarietà di cui agli artt. 2 e 29 Cost., e che il diritto al riguardo del richiedente va accertato unitariamente, senza una rigida contrapposizione tra la fase attributiva (an debeatur) e quella determinativa (quantum debeatur), il giudice:

a) procede, anche a mezzo dell’esercizio dei poteri ufficiosi, alla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali delle parti;

b) qualora ne risulti l’inadeguatezza dei mezzi del richiedente, o comunque l’impossibilità di procurarseli per ragioni obiettive, deve accertarne rigorosamente le cause, alla stregua dei parametri indicati dall’art. 5, 6°comma, prima parte, L. n. 898/70, e in particolare se quella sperequazione sia o meno la conseguenza del contributo fornito dal richiedente medesimo alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno dei due, con sacrificio delle proprie aspettative professionali e reddituali, in relazione all’età dello stesso e alla durata del matrimonio;

c) quantifica l’assegno senza rapportarlo né al pregresso tenore di vita familiare, né al parametro della autosufficienza economica, ma in misura tale da garantire all’avente diritto un livello reddituale adeguato al contributo sopra richiamato”.

Il raffronto tra le condizioni patrimoniali del coniuge richiedente l’assegno divorzile e del coniuge che sarà obbligato al pagamento è operazione preliminare per il Giudice, indispensabile per decidere sull’esistenza e sulla quantificazione del diritto all’assegno: tanto è vero che la Corte di Cassazione, a tal fine, ha valorizzato l’importanza e l’efficacia dei poteri istruttori ufficio dell’Autorità. Concretamente, ciò fa sì che il Giudice del divorzio giudiziale inviti le parti a produrre documenti fiscali, amministrativi e/o variamente attinenti il patrimonio o i redditi, anche quando non siano spontaneamente stati allegati. Inoltre, si ricorda che il Giudice dispone sempre dei poteri di indagine tributaria, sebbene il ricorso a questi sia discrezionale.

Documenti ufficiali che provano il diritto all'assegno divorzile

Seppure alla luce dei chiarimenti forniti dalla Sentenza delle Sez. Unite, è comunque opportuno, nel divorzio giudiziale, che la parte richiedente l’assegno ricostruisca, con diligente iniziativa, in maniera più fedele possibile, la propria situazione economica e, al contempo, che documenti al Giudice – con prove scritte e/o altrimenti certe – le ragioni per le quali la posizione patrimoniale della controparte è migliore ed economicamente più solida della propria, agevolando la formazione del convincimento del Giudice.

A tale fine, si ricorda che alla parte in causa (il soggetto privato) è stato riconosciuto diritto di accesso ex L. 241/1990 ai documenti reddituali e patrimoniali del consorte, in possesso dalla Agenzia delle Entrate e che tali documenti dovranno essere consegnati dall’Ente anche senza autorizzazione del Giudice in quanto effettivamente disponibili negli archivi finanziari (TAR Campania, n.5763 del 2018).

Infine, il richiedente l’assegno divorzile dovrà fornire prova che la propria condizione di inferiorità patrimoniale rispetto alla posizione del coniuge economicamente più forte sia stata causata da scelte compiute in costanza di matrimonio, nell’ottica dell’interesse familiare comune e della solidarietà coniugale.

Consulenza legale per richiedere l'assegno di divorzio

Per una valutazione preliminare sul diritto a richiedere l’assegno di divorzio, per chiarimenti sul singolo caso concreto della crisi familiare e dei possibili strumenti di tutela giudiziaria e/o di risoluzione alternativa della controversia (divorzio congiunto, negoziazione assistita) è possibile prendere un appuntamento in Studio, una consulenza da remoto in video call, o richiedere un parere online ai contatti e con le modalità indicate nel sito internet.

dsw_web_pll
QUANDO SI PUO’ CHIEDERE LA MODIFICA DELLE CONDIZIONI DI SEPARAZIONE O LA REVISIONE DELLE CONDIZIONI DI DIVORZIO

Modifica o revoca delle condizioni di separazione e divorzio

La modifica o la revoca delle condizioni di divorzio e separazione

L’Avv. Chiara Pollini svolge la propria attività professionale nel proprio Studio Legale in provincia di Firenze, nel Comune di Sovigliana-Vinci, in prossimità del centro storico della confinante città di Empoli.

L’Avv. Chiara Pollini, formatosi come avvocato civilista, si occupa di procedimenti di separazione e divorzio.

Lo Studio Legale Avv. Chiara Pollini segue, inoltre, i propri assistiti anche nelle fasi successive alla separazione dei coniugi e al divorzio, che possono sfociare nei procedimenti di modifica o revoca delle condizioni di separazione e di modifica o revoca delle condizioni di divorzio.

Le condizioni della separazione, sia essa stata consensuale o giudiziale, sono infatti modificabili in ogni tempo, purché a causa di sopraggiunti nuovi fatti.

Si precisa che non può essere modificata la separazione personale dei coniugi, intesa come pronuncia della separazione, ovvero come “dichiarata interruzione” della vita matrimoniale da parte del Tribunale.

Infatti, gli effetti del provvedimento di separazione possono venire meno soltanto in caso di riconciliazione tra marito e moglie. Non può essere oggetto di modifica o revoca delle condizioni di separazione neppure la parte del dichiarato addebito della separazione.

Similmente, per quanto concerne l’avvenuto divorzio, il capo della sentenza che pronuncia il divorzio non può essere modificato. Ciò che può essere modificato è, invece, l’assetto degli interessi economici delle parti e la regolamentazione dei rapporti genitoriali e dei rispettivi obblighi di mantenimento riguardanti figli. Ciò, a condizione che vi siano giustificati motivi.

Pertanto, ciascun coniuge (o ex coniuge, in caso di modifica/revoca delle condizioni di divorzio) può prendere l’iniziativa e rivolgersi, tramite il proprio avvocato civilista al Tribunale competente. Ciascun coniuge, quindi, potrà chiedere, tramite gli strumenti processuali che il diritto di famiglia offre, la modifica o la revoca delle condizioni riguardanti il mantenimento del coniuge e/o dei figli, la modifica della regolamentazione dei rapporti genitoriali, del collocamento prevalente dei figli, nonché dell’affidamento
(ricorrendone le specifiche condizioni). Può esser chiesta, tra l’altro, anche la revoca della assegnazione della casa coniugale.

Quando si può chiedere la modifica delle condizioni di separazione o la revisione delle condizioni di divorzio

Modifica e revoca delle condizioni di separazione

I fatti nuovisopraggiunti – che legittimano – essi soltanto – la proposizione del ricorso diretto alla modifica o revisione delle condizioni di separazione (o divorzio) sono, nella casistica più frequente, i seguenti:

  • il peggioramento delle condizioni patrimoniali/reddituali di una delle parti (es. licenziamento; dimissioni; pensionamento o cessazione attività lavorativa)
  • sopravvenienza di nuovi oneri economici (es. nascita di un figlio da altro partner)
  • cambiamento delle esigenze di assistenza morale e/o materiale ed economica dei figli
  • inizio di convivenza more uxorio del coniuge beneficiario dell’assegno

Pertanto, anche successivamente alla pronuncia della separazione (o del divorzio), quindi, ricorrendo al Tribunale competente con ricorso avente ad oggetto la modifica/revoca delle condizioni di separazione (o revisione di quelle del divorzio), la parte richiedente potrà vedere riconosciuto il diritto all’assegno di mantenimento. Oppure, la parte avente diritto potrà vedere l’importo dell’assegno di mantenimento modificato nella sua quantificazione, quando venga provato il peggioramento della condizione economica del richiedente, ovvero quando venga provato sensibile miglioramento della condizione economica della parte obbligata.

Quando si può chiedere la revisione delle condizioni di divorzio

modifica delle condizioni di divorzio per giustificati motivi e nuovi fatti sopraggiunti

La Legge n.898/1970 stabilisce genericamente che richiesta di revisione delle condizioni stabilite in sede di divorzio può essere chiesta quando sopraggiungano “giustificati motivi”. Questi, similmente a quanto previsto nel procedimento di modifica delle condizioni assunte con la separazione, consistono in fatti nuovi ulteriori a quelli già conosciuti e valutati dal Giudice al momento del divorzio e il cui – successivo – accadimento ha comportato un cambiamento nell’assetto degli interessi e dei diritti come regolamentato nella Sentenza di divorzio.

I fatti che costituiscono i “giustificati motivi” devono essere provati dal soggetto richiedente la revisione, sul quale ricade l’onere della prova.


Concretamente i “giustificati motivi” consistono nei medesimi fatti storici sopra elencati che legittimano la proposizione dell’istanza di modifica delle condizioni di separazione. Infatti, solitamente, riguardano: la revisione della quantificazione dell’assegno di mantenimento periodico in favore dei figli; la revoca e/o revisione dell’assegno divorzile. Per giustificati motivi inoltre potrà, a titolo meramente esemplificativo, chiedersi la modifica della regolamentazione dell’esercizio della responsabilità genitoriale, oppure, in caso di comprovato comportamento pregiudizievole di un genitore, la modifica dell’affidamento condiviso dei figli.

Il procedimento per ottenere la modifica/revoca delle condizioni di separazione (o di divorzio)

Il procedimento per ottenere la modifica o la revoca delle condizioni di separazione o divorzio

Il procedimento di modifica/revoca delle condizioni di separazione (o di divorzio) richiede l’assistenza di un avvocato che redigerà il ricorso introduttivo del procedimento. Il procedimento di competenza del Tribunale in composizione collegiale ex art. 730 c.p.c. che, ove debba essere espletata fase istruttoria, delegherà un componente del Collegio. Similmente a quanto accade nei giudizi di separazione e divorzio contenziosi, quando il procedimento di modifica/revoca delle condizioni di separazione (o divorzio) non può trovare pronta soluzione, il Tribunale può assumere provvedimenti provvisori, modificabili nel corso del procedimento.

Alternativa alla procedura avanti il Tribunale, la Procedura di Negoziazione Assistita che consente alle parti, ciascuna con assistenza di un proprio avvocato di fiducia, di raggiungere un accordo sulle modifiche da apportare, senza recarsi di fronte al Giudice e con risparmio di tempo e oneri.

Infine, ma non meno importante, ove praticabile, le parti possono – senza assistenza legale – recarsi avanti l’Ufficiale di Stato Civile del Comune di residenza di uno dei due (ex coniugi) o del luogo in cui è stato trascritto l’atto di matrimonio, il quale provvederà a redigere l’accordo secondo la manifestata volontà delle parti. Si ricorda, per completezza, che per quest’ultima procedura, la Legge richiede che non vi siano figli minorenni, incapaci, portatori di handicap gravi o economicamente non autosufficienti (i quali potrebbero non essere adeguatamente garantiti da quest’ultima più snella procedura).

negoziazione assistita per la modifica delle condizioni di separazione o divorzio

Per approfondimenti sulle eventuali possibilità di accoglimento, ovvero di rigetto, della domanda di modifica/revoca delle condizioni di separazione o di revisione delle condizioni di divorzio nel Vostro caso concreto, nonché per consulenze in materia di diritto di famiglia, è possibile prendere un appuntamento in Studio o richiedere un parere online ai contatti e con le modalità indicate nel sito internet.

dsw_web_pll
diritto agli alimenti

Il diritto agli alimenti

Differenze dall’obbligo di contributo al mantenimento del coniuge e dei figli.

Requisiti per richiedere gli alimenti.

diritto agli alimenti

L’Avv. Chiara Pollini opera nel proprio Studio Legale in provincia di Firenze, nel Comune di Sovigliana-Vinci, a meno di un chilometro dal centro città di Empoli ed è facilmente raggiungibile anche dal vicino Comune di Capraia-Limite e da Montelupo Fiorentino. L’Avv. Chiara Pollini nel proprio Studio Legale si occupa prevalentemente di diritto civile, dedicandosi con continuità, tra l’altro, alle questioni che riguardano il diritto di famiglia.

Nell’ambito del diritto di famiglia, negli ultimi anni, presumibilmente a causa della crisi economica generale, si è tornati a sottoporre all’avvocato casi aventi ad oggetto la richiesta di alimenti, non soltanto da parte del coniuge all’altro coniuge, ma anche da parte di altri componenti del nucleo familiare tra loro (richiesta di alimenti di genitori ai figli, richiesta di alimenti tra fratelli e così via).

Tale contributo alla somministrazione di alimenti entro la famiglia – obbligo alimentare – è giuridicamente diverso e più limitato rispetto al concetto di “mantenimento” ricorrente nelle procedure di separazione e divorzio.

Infatti, chi è obbligato a pagare gli alimenti ad un familiare è tenuto a far fronte soltanto a quanto necessario per vivere. Chi è obbligato al mantenimento, invece – e l’obbligazione, come detto, rileva nelle controversie in materia di separazione e di divorzio, nei rapporti tra moglie e marito e nei rapporti tra genitori e figli – è obbligato a un contributo più ampio.

diritto agli alimenti

Il contributo al mantenimento del coniuge o dei figli corrisponde a una somma di denaro finalizzata a soddisfare tutte le esigenze di vita dell’avente diritto, a prescindere dallo stato di bisogno di quest’ultimo. Dei requisiti per la richiesta di assegno di mantenimento, nelle procedure di separazione e divorzio, consensuali o contenziose, si è già trattato in altri articoli del blog e sarà, prossimamente, tema che troverà approfondimento, dato il susseguirsi di importanti Sentenze della Corte di Cassazione.

Per quanto riguarda il diritto agli alimenti, dunque, il componente della famiglia che versi in stato di bisogno e che non è in grado di provvedere economicamente alle proprie necessità può chiedere al Tribunale di obbligare altri componenti della famiglia – secondo un ordine di preferenza degli obbligati stabilito dal codice civile – a contribuire a quanto necessario a soddisfare i bisogni essenziali (art. 433 – 438 c.c.).

Il familiare su cui cade l’obbligo alimentare potrà scegliere se provvedere al beneficiario mediante assegno periodico, oppure accogliendo nella propria casa la persona che ha diritto agli alimenti, provvedendo all’obbligo di alimenti in maniere diretta (vitto e alloggio).

Chi può chiedere gli alimenti?

diritto agli alimenti

Il coniuge, naturalmente, può chiedere gli alimenti all’altro coniuge (richiesta diversa, si è detto e più ristretta della domanda di assegno di mantenimento o di assegno divorzile nelle controversie in materia di separazione e di divorzio).

Ma non solo. Ogni componente della famiglia, sulla base del vincolo di parentela o affinità può chiedere gli alimenti agli altri familiari, secondo l’ordine dei componenti obbligati previsto dall’art.433 c.c.

Chi è obbligato agli alimenti?

Vediamo, allora, a chi si può chiedere di prestare gli alimenti: nell’ordine, al coniuge, ai figli, ai genitori, generi e nuore, suocero e suocera, fratelli/sorelle. Se il coniuge o i figli non ci sono e non ci sono neppure altri discendenti, oppure se questi non possono prestare gli alimenti, il familiare – che dimostri di essere in stato di bisogno – potrà rivolgere la domanda, in via subordinata, agli altri componenti della famiglia.

Come fare per chiedere gli alimenti?

Chi versa in stato di bisogno, dovrà rivolgersi al Tribunale e proporre azione giudiziale mirata al riconoscimento del proprio diritto. Chi versa in stato di bisogno potrà, ove ne ricorrano i requisiti di reddito, eventualmente richiedere di essere ammesso al Patrocinio a spese dello Stato per essere assisto da un avvocato, nella causa avente ad oggetto la domanda di pagamento degli alimenti, senza anticipare le spese legali (che, appunto, saranno pagate all’avvocato direttamente dallo Stato).

Nel proporre domanda di pagamento degli alimenti, ove secondo l’art. 433 c.c. citato vi siano più soggetti tenuti agli alimenti del medesimo grado di parentela, questi saranno dichiarati tutti obbligati verso il beneficiario, ma ciascuno in proporzione alle proprie condizioni economiche (art. 411 primo comma c.c.).

diritto agli alimenti

Sarà il Giudice, in caso di disaccordo tra più coobbligati, a decidere sulla ripartizione del contributo e sulle concrete modalità di prestazione. Il soggetto coobbligato potrà opporsi fondatamente alla richiesta di pagamento di alimenti presentata da un familiare soltanto dimostrando puntualmente al Giudice di non avere adeguate risorse per sostenere l’obbligo.

Ciò significa che, a fronte di una richiesta di alimenti avanzata da un genitore ai figli, i figli saranno entrambi dichiarati obbligati dal Giudice, ma ciascuno in base alla concreta possibilità patrimoniale di farvi fronte, dovendo valutarsi e compararsi la rispettiva capacità patrimoniale dei figli.

Nel corso del tempo, la prestazione alimentare può essere soggetta a variazioni in base ai requisiti, cioè se varia la condizione di stato di bisogno del beneficiario e/o se cambiano le possibilità economiche dell’obbligato. Può quindi essere aumentata, ridotta o cessata per decisione del giudice su istanza della parte interessata.

L’obbligazione alimentare può estinguersi per vari motivi:

– decesso dell’alimentando o dell’obbligato;

– venir meno delle capacità economiche dell’obbligato o dello stato di bisogno dell’alimentando;

– nuove nozze del coniuge (se gli alimenti sono dovuti dagli affini);

– pena accessoria per reati contro il buon costume e la moralità pubblica.

Si ricorda anche che violare l’obbligo di assistenza familiare integra condotta di reato. Infatti, ai sensi dell’art. 570 II comma, n.2 c.p. è specificamente punita l’omessa prestazione dei mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, o inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge non legalmente separato.

Per una consulenza specifica sulla possibilità di chiedere gli alimenti ex art. 433 c.c., o sull’obbligo di pagare il contributo alimentare in favore di un familiare e, in generale, per altre questioni in materia di diritto di famiglia o di diritto civile, si invita a prendere un appuntamento in Studio, o richiedere un parere online ai contatti indicati sul sito internet.

dsw_web_pll
assegno di mantenimento dei figli maggiorenni. Obblighi e cessazioni.

L’assegno di mantenimento dei figli maggiorenni

L’obbligo di concorrere al mantenimento del figlio maggiorenne che ha perduto il lavoro. L’indipendenza economica del figlio maggiorenne e il completamento della sua formazione professionale. Requisiti di legge per la cessazione dell’obbligo di mantenimento dei genitori.

assegno di mantenimento dei figli maggiorenni

L’Avv. Chiara Pollini svolge la propria attività professionale nel proprio Studio Legale in provincia di Firenze, nel Comune di Vinci, raggiungibile in pochi minuti dal centro città di Empoli, attraversando il ponte sul fiume Arno in direzione Sovigliana Vinci.

Lo Studio Legale occupandosi, tra l’altro, di diritto di famiglia, assiste i Clienti nei procedimenti di separazione e divorzio, sia consensuali/congiunti, che contenziosi.

Parte importante della consulenza dello Studio Legale in materia di separazione e divorzio è dedicata a rispondere alle domande dei genitori circa il mantenimento dei figli.

Dopo attenta valutazione di tutti gli aspetti patrimoniali e relazionali della famiglia, si illustrano al Cliente le concrete possibilità di fondare le proprie pretese in Giudizio nei confronti dell’altro coniuge, al fine di salvaguardare economicamente con lungimiranza i figli, nel rispetto del principio sancito dall’art. 30 della Costituzione e delle disposizioni di cui agli artt. 147 e segg. c.c.

assegno di mantenimento dei figli maggiorenni

Circa il dovere di entrambi i genitori mantenere, istruire ed educare i figli, rispettandone le naturali inclinazioni e desideri, spesso, il genitore esprime all’avvocato che si occupa di diritto di famiglia i propri dubbi sulla esistenza dell’obbligo di continuare a mantenere i figli maggiorenni.

In particolare, si domanda se debba continuare ad essere corrisposto assegno di mantenimento al raggiungimento della maggiore età del figlio, oppure se possa pretendersi dalla controparte assegno mensile di contributo al mantenimento di un figlio maggiorenne che ha perduto il lavoro e/o che non prosegue gli studi.

Il concetto di “indipendenza economica” è previsto dall’art. 337 septies c.c. che contiene la disposizione introdotta con il D.lgs. 154/2013 e afferma che

Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto. Ai figli maggiorenni portatori di handicap grave si applicano integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori.

assegno di mantenimento dei figli maggiorenni

Posta la tutela rafforzata che il Legislatore garantisce al secondo comma per i figli maggiorenni con gravi disabilità, il primo comma prevede, nelle procedure di separazione e di divorzio, l’assegno periodico di mantenimento del figlio maggiorenne.

La Giurisprudenza ha interpretato, pur con i vari distinguo del singolo caso concreto, il concetto di “indipendenza economica” del figlio maggiorenne con l’inizio, da parte del figlio maggiorenne, di un’attività lavorativa stabile consona alla formazione professionale del figlio. La stabilità dell’attività lavorativa permane, in considerazione della professionalità acquisita dal figlio, anche se il figlio perde temporaneamente il lavoro o se cessa l’attività lavorativa.

Infatti, per la Giurisprudenza prevalente è sufficiente che il figlio maggiorenne abbia lavorato – per un tempo e con modalità apprezzabili giuridicamente ed economicamente – per fare venire meno l’obbligo del contributo dei genitori al mantenimento.

I genitori, infatti, sono obbligati a concorrere al mantenimento del figlio maggiorenne al fine di assicurargli l’istruzione e la formazione necessarie, in base alle qualità personali e alle aspirazioni del figlio, per consentirgli l’inserimento nel mondo del lavoro.

Pertanto, l’obbligo dell’assegno di mantenimento del figlio maggiorenne cessa soltanto quando il figlio è stato preparato e istruito – più correttamente, professionalmente formato – grazie al contributo economico dei genitori ed è in condizioni di intraprendere il percorso lavorativo coerentemente con le proprie capacità.

Se, successivamente, il figlio maggiorenne perde il lavoro, oppure il contratto a tempo determinato cessa, l’indipendenza economica non viene meno e il genitore (solitamente quello con cui il figlio maggiorenne convive) non potrà chiedere all’altro di versare un assegno di mantenimento per il maggiorenne.

assegno di mantenimento dei figli maggiorenni

Nel 2016, il Tribunale di Milano, ha chiarito che la circostanza di avere iniziato ad espletare attività lavorativa è considerata dai Giudici indicatore del raggiungimento dell’indipendenza economica del figlio maggiorenne, per cui il diritto al mantenimento da parte dei genitori viene meno.

Al riguardo, si ricorda anche la Pronuncia della Corte di Cassazione nr.1585 del 27/01/2014 che ha considerato fattore determinante, ai fini del conseguimento dell’indipendenza economica da parte del figlio maggiorenne, il fatto che egli avesse iniziato a lavorare nel settore alberghiero, da un lato e la mancanza di profitto universitario in considerazione degli anni di iscrizione al corso di laurea, dall’altro lato.

Infatti, la recentissima Sentenza Cass. civ., Sez. I, 13/10/2021, n. 27904 ha spiegato che

La cessazione dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiori di età non autosufficienti deve essere incentrata su un accertamento che abbia riguardo all’età, all’effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale tecnica, all’impegno rivolto verso la ricerca di un’occupazione lavorativa, ed alla complessiva condotta personale tenuta al raggiungimento della maggiore età da parte del giovane“.

Questa è linea interpretativa comune all’orientamento giurisprudenziale consolidatosi più recentemente, sebbene si registrino scostamenti da questo indirizzo legati, come detto, all’esame del singolo caso di specie.

In ogni caso il genitore interessato, anche se il figlio è economicamente indipendente, non potrà improvvisamente cessare di pagare il mantenimento di propria iniziativa, ma dovrà rivolgersi al tribunale competente e chiedere una modifica delle condizioni di separazione/divorzio precedentemente decise dal Giudice o consensualmente pattuite.

Dovrà, pertanto, proporre una domanda giudiziale nel caso in cui l’altro genitore non concordi con l’interruzione della contribuzione. Residuerà in favore del figlio maggiorenne, se ne sussistono i diversi requisiti di cui all’art. 433 c.c., il diritto a ricevere il pagamento degli alimenti.

Lo Studio Legale Avv. Chiara Pollini si trova a Sovigliana-Vinci (Fi), in Viale Togliatti n.111 e per ogni ulteriore informazione in materia di mantenimento dei figli maggiorenni in caso di separazione (o divorzio), oppure per altra consulenza in materia di diritto di famiglia, Vi invita a per prendere un appuntamento in Studio, in videoconferenza, o richiedere un parere online. I riferimenti sono nella sezione contatti.

dsw_web_pll
Danni causati dal cavallo e responsabilità civile dell'utilizzatore del cavallo. Criterio di imputazione della responsabilità civile L’utilità della consulenza legale preventiva e della polizza assicurativa

Danni causati dal cavallo e responsabilità dell’utilizzatore del cavallo

Criterio di imputazione della responsabilità civile

Danni causati dal cavallo e responsabilità civile dell'utilizzatore del cavallo.  Criterio di imputazione della responsabilità civile L’utilità della consulenza legale preventiva e della polizza assicurativa

L’utilità della consulenza legale preventiva e della polizza assicurativa

L’Avv. Chiara Pollini opera nel proprio Studio Legale in provincia di Firenze, nel Comune di Sovigliana-Vinci, a pochi passi dal centro città di Empoli. Lo Studio si occupa, tra l’altro, di contratti e responsabilità civile attinenti attività equestri esercitate da associazioni sportive, professionisti e privati proprietari di cavalli.

Il diritto equestre non trova una normazione di sistema nell’Ordinamento italiano per cui devono applicarsi, a seconda dei casi, le norme generali del codice civile e del codice penale e, ove possibile, avvalersi di precedenti giurisprudenziali. 

Danni causati dal cavallo e responsabilità civile dell'utilizzatore del cavallo.  Criterio di imputazione della responsabilità civile L’utilità della consulenza legale preventiva e della polizza assicurativa

Con riferimento all’attività equestre entrano necessariamente in relazione con il cavallo – e con la sua imprevedibilità – diversi soggetti che, a vario titolo, possono ritenersi responsabili – singolarmente o in concorso tra loro – dei danni causati dal cavallo a cose e/o persone, oppure che, a seconda delle circostanze di fatto, possono loro stessi essere stati danneggiati dall’animale. 

Molto spesso, infatti, il privato proprietario del cavallo non coincide con il cavaliere che solitamente lo monta (che lo “usa” concretamente) e, a propria volta, il proprietario e il cavaliere possono non coincidere con l’utilizzatore in senso economico dell’animale. 

È il caso classico del proprietario del cavallo che dà in uso, solitamente dietro corrispettivo, l’animale al gestore del maneggio il quale, a propria volta, per accordo precedente con il proprietario, con contratto di fida ne autorizza la cura e la custodia a terzi, comunemente atleti, allievi e/o frequentatori/tesserati del centro ippico.

Danni causati dal cavallo e responsabilità civile dell'utilizzatore del cavallo.  Criterio di imputazione della responsabilità civile L’utilità della consulenza legale preventiva e della polizza assicurativa

In un ipotetico evento dannoso in cui il cavallo (montato, oppure scosso perché fuggito, ad esempio, dal paddock) rechi un danno a una quarta persona (ad esempio uno spettatore, un passante…), può diventare difficile individuare la responsabilità del danno e quindi il soggetto cui chiedere il risarcimento del danno.

In questo caso, l’utilizzatore in senso concreto è l’affidatario, ma l’utilizzatore in senso economico, per il quale, conseguentemente, in caso di danno arrecato a terzi dal cavallo possono presentarsi profili di responsabilità civile – con obbligo di risarcimento del danno – è, in linea di principio, il titolare del maneggio. 

Quando si verifica un incidente nell’esercizio dell’attività equestre, il criterio fondamentale per risolvere i dubbi sull’imputazione della responsabilità, criterio elaborato da dottrina e giurisprudenza, è quello secondo cui la responsabilità civile è del soggetto che, con il consenso del proprietario del cavallo, detiene potere e facoltà di “uso” – in senso tecnico giuridico – dell’equide finalizzato al soddisfacimento di un interesse e/o di trarne profitto. 

Danni causati dal cavallo e responsabilità civile dell'utilizzatore del cavallo.  Criterio di imputazione della responsabilità civile L’utilità della consulenza legale preventiva e della polizza assicurativa

Tale potere di “uso” dell’animale può scaturire anche dal rapporto di mero fatto con il cavallo, senza preesistente contratto tra utilizzatore e proprietario.

Ai fini di individuare il responsabile del danno causato, in caso di incidente a cavallo, occorre che l’evento dannoso sia stato causato dal cavallo – “cagionato dall’animaleex art. 2052 del codice civile. Ciò significa che per chiedere legittimamente il risarcimento del danno al soggetto responsabile (proprietario del cavallo, cavaliere o gestore del maneggio, a seconda di chi sia stato utilizzatore economico dell’animale) è necessario che nella dinamica dell’incidente a cavallo rilevi il comportamento attivo del cavallo (il cavallo non deve essere inerte).

Nella pratica, la consulenza legale in materia di attività equestre può essere opportuna quando il titolare del maneggio e il proprietario del cavallo intendano, tra loro o con riguardo a terzi affidatari, valutare l’inserimento nei contratti variamente classificati – “uso”, “comodato”, “noleggio”, “fida” – di clausole specifiche di esonero della responsabilità. 

Danni causati dal cavallo e responsabilità civile dell'utilizzatore del cavallo.  Criterio di imputazione della responsabilità civile L’utilità della consulenza legale preventiva e della polizza assicurativa

La consulenza dell’avvocato nel campo delle discipline equestri è, inoltre, opportuna anche in materia assicurativa. Resta, infatti, in ogni caso, imprescindibile l’utilità di una polizza assicurativa ben concertata con la compagnia di assicurazione che copra i rischi connessi all’attività equestre in maniera specifica. Con l’accortezza di concordare espressamente in polizza le coperture assicurative in base alle peculiarità dell’attività equestre (tipologia di sport, livello, manifestazioni e/o spettacoli o quant’altro) in cui sarà impiegato il cavallo. 

Si riscontra, invece, nella pratica, una diffusa superficialità iniziale nella regolamentazione di tali rapporti giuridici tra privati proprietari, gestori di maneggi e affidatari dei cavalli. Sovente, nel settore, specialmente a livello amatoriale, ci si limita ad accordi verbali, ignorando le ripercussioni economiche che, nel malaugurato caso di incidente con il cavallo o di sinistro a cavallo, ne possono derivare. 

Lo Studio Legale Avv. Chiara Pollini, per consulenze legali sulla responsabilità civile e penale in cui può incorrere il proprietario di cavalli, il gestore del maneggio e l’allievo della scuola di equitazione, nonché in materia di validità delle clausole di esonero dalla responsabilità inserite nei contratti aventi ad oggetto l’utilizzo di cavalli, Vi invita a prendere un appuntamento in Studio o richiedere un parere online (i riferimenti sono nella sezione contatti).




dsw_web_pll
spese ordinarie e straordinarie

Le spese ordinarie e straordinarie per i figli dopo la separazione (o il divorzio)

Spese prevedibili e spese non prevedibili da sostenersi in favore dei figli

spese ordinarie e straordinarie per mantenimento dei figli minori

Il concorso dei genitori nel mantenimento dei figli

L’Avv. Chiara Pollini opera nel proprio Studio Legale in provincia di Firenze, nel Comune di Sovigliana-Vinci, raggiungibile in pochi minuti a piedi dal centro città di Empoli. L’Avv. Chiara Pollini si occupa, tra l’altro, di diritto di famiglia e, con particolare attenzione, segue i propri assistiti nelle procedure di separazione e divorzio, congiunti o giudiziali (contenziosi).

Al momento della separazione tra i coniugi, sia essa consensuale o giudiziale, il mantenimento dei figli è argomento di primaria importanza e, spesso, rappresenta la ragione del più aspro scontro tra i coniugi. La maggiore ragione di lite, quindi, deve essere affrontata rendendo la parte assistita edotta sugli obblighi dei genitori e conseguentemente sulla adeguatezza o meno della pretesa economica che il genitore richiedente il mantenimento intende far valere.

spese ordinarie e straordinarie per mantenimento dei figli minori

In primo luogo, come spiegato in un precedente articolo del blog, l’obbligo di mantenimento dei figli, previsto dalla Costituzione (art.30) sussiste per entrambi i genitori in base alle rispettive sostanze. In secondo luogo, la contribuzione di ciascun genitore al mantenimento dei figli (minori o non economicamente auto sufficienti) impone, ex art. 147 c.c., di far fronte a svariate esigenze della prole.

Il mantenimento dei figli, pertanto, è obbligo ben diverso e assai più ampio dell’obbligo alimentare. Sono molteplici e variegate le abitudini ed esigenze dei figli (ludiche, ricreative, sportive …) che possono diventare fonte di vivace litigio tra i coniugi al momento della separazione (e similmente, al momento del successivo divorzio).

Tutte le necessità dei figli minori – o maggiorenni ma non economicamente autosufficienti – potrebbero, infatti, astrattamente confluire nel più ampio concetto di obbligo di mantenimento salvo, però, declinarsi, nella quantificazione che dell’assegno verrà compiuta dal Giudice, nella partizione tra “spese ordinarie” e “spese straordinarie” – o, più correttamente, “spese prevedibili” e “spese non prevedibili” – con risvolti economici differenti.

spese ordinarie e straordinarie per mantenimento dei figli minori

Infatti, l’assegno mensile di mantenimento dei figli comprende soltanto le spese considerate “ordinarie” e “prevedibili” che il genitore affronta periodicamente per il figlio. È quindi fondamentale poter illustrare alla parte assistita, con quanta più precisione possibile, l’elencazione di tale tipologia di spese; in quanto la somma – mensile – che sarà corrisposta per il mantenimento dei figli dovrà (pro quota!) essere congrua per affrontarle.

spese ordinarie e straordinarie per mantenimento dei figli minori

Spesso all’Avvocato che si occupa di separazione e divorzi viene richiesta consulenza dal genitore che intende presentare all’altro, coobbligato al mantenimento del figlio, scontrini e ricevute di spesa per l’acquisto di capi di abbigliamento per i figli minorenni e ne pretende, appunto, il rimborso pro quota. Sovente, lamentando proprio che il genitore obbligato al pagamento dell’assegno mensile in favore del figlio negherebbe al minore “le piccole spese normali”. Durante tali consulenze in materia di mantenimento dei figli, deve quindi essere ben chiarito che, salvo espresse e motivate eccezioni, il vestiario è considerato, dalla maggior parte dei Tribunali, una spesa ordinaria e, conseguentemente, non può esserne chiesta quota parte di rimborso all’altro genitore (a meno che questi, spontaneamente, intenda partecipare all’acquisto).

Si intuisce, quindi, come la distinzione tra spese ordinarie e spese straordinarie in favore dei figli può essere superata soltanto per comune volontà dei genitori e come, a tal fine, ciò possa utilmente avvenire soltanto nell’accordo della separazione consensuale (ovvero del divorzio congiunto). In questa sede infatti, i genitori possono stilare un elenco di spese che (pur prevedibili, abituali, ordinarie che dir si voglia) può comprendere tutto ciò che i genitori desiderano garantire al figlio e che non sarà coperto dell’assegno mensile di mantenimento. Soltanto in tale accordo per la separazione consensuale (similmente, nel divorzio congiunto), si possono inserire voci di spesa straordinaria – quindi extra assegno mensile di mantenimento – della più disparata natura: ad esempio, i costi periodici per sport agonistico, oppure i canoni di abbonamento a canali televisivi, abbigliamento, spese periodiche in centri estetici, fino alla “paghetta” settimanale.

Le spese straordinarie esuleranno, quindi, dal versamento periodico dell’assegno di mantenimento dei figli e saranno, pro quota, versate a parte a quello dei genitori che le abbia anticipate.

spese ordinarie e straordinarie per mantenimento dei figli minori


Se, però, i genitori non trovano un accordo che possa confluire nelle condizioni di separazione consensuale o di divorzio non contenzioso, è il Giudice che deve quantificare la somma da corrispondersi a titolo di concorso nel mantenimento dei figli minori, in base alle rispettive risorse economiche, da ciascuno dei genitori.
Nel far ciò, il Giudice si atterrà al più consolidato orientamento giurisprudenziale e dottrinale in materia e, ove possibile, ai documenti contenenti linee guida – “protocolli” – redatti presso i diversi Tribunali d’Italia – protocolli che, nello sforzo di fornire le risposte ai singoli casi concreti, nella circoscrizione di riferimento, rappresentano uno strumento imprescindibile per l’avvocato che si occupa di separazioni dei coniugi e di divorzi e di questioni di diritto di famiglia in genere che coinvolgono figli minori.

Volendo tirare le somme e avvicinarsi ad un criterio distintivo quanto più uniforme possibile, possiamo definire “spese straordinarie” quelle non ragionevolmente prevedibili, perché solitamente non rientranti nelle abitudini periodiche dei figli e/o non rientranti nelle loro normali, comuni, esigenze.

Esse sono spese che, al contempo, gravano sensibilmente sul tenore di vita della famiglia, ovvero spese che, per il loro valore, incidono sulle capacità patrimoniali del genitore obbligato. Questo principio è stato espresso dalla Corte di Cassazione nel 2012 ed è ormai consolidato nelle Sentenze di merito dei Tribunali.

spese ordinarie e straordinarie per mantenimento dei figli minori

Al contrario, le spese di esiguo importo, effettuate per esigenze ripetitive nella quotidianità del minore (a titolo soltanto esemplificativo, le ricariche del telefono cellulare del figlio, oppure il costo per il rifornimento del ciclomotore) e, in generale tutte le spese di importo relativamente modesto che occorrono nella ruotine familiare del minore, si considerano rientrare nelle spese “ordinarie” e, quindi, non potranno essere richieste all’altro genitore a titolo di spese straordinarie, dovendo essere sostenute con l’assegno mensile di mantenimento.

Lo Studio Legale Avv. Chiara Pollini si trova a Sovigliana-Vinci (Fi), in Viale Togliatti n.111, a pochi passi dal centro città di Empoli e, per ulteriori informazioni sull’obbligo di pagamento delle spese straordinarie in favore dei figli nei giudizi di separazione (o divorzio), Vi invita a per prendere un appuntamento in Studio o richiedere un parere online (i riferimenti sono nella sezione contatti).

dsw_web_pll
addebito della separazione

L’addebito della separazione – La prova dell’addebito

Le conseguenze dell’addebito della separazione coniugale

conseguenze addebito della separazione

L’Avv. Chiara Pollini opera nel proprio Studio Legale in provincia di Firenze, nel Comune di Sovigliana-Vinci, a pochi passi dal centro città di Empoli. Lo Studio si occupa, tra l’altro, di diritto di famiglia e di procedimenti di separazione e divorzio dei coniugi.

L’addebito della separazione è da sempre questione di particolare importanza nel contesto di una crisi coniugale. Per sommi capi, in un precedente articolo del blog, sono stati già illustrati i requisiti per richiedere l’addebito della separazione all’altro coniuge, requisiti che qui troveranno ulteriore approfondimento.

La domanda di addebito può essere svolta dal coniuge richiedente la separazione nel ricorso introduttivo, oppure dal coniuge che è stato citato in giudizio all’atto della propria costituzione con domanda riconvenzionale. Inoltre, la Giurisprudenza più recente ha ritenuto la domanda di addebito della separazione ammissibile anche nella memoria integrativa ex art. 709 comma III c.p.c., valorizzando la natura bifasica della separazione giudiziale. 

La prova dell’addebito deve essere fornita dal coniuge richiedente e, solitamente, a tal fine viene addotto l’allontanamento dell’altro coniuge dalla casa coniugale. Tuttavia, di per sé, l’allontanamento volontario dalla casa coniugale può non bastare, in quanto la prova dell’addebito della separazione coniugale richiede che si dimostri al Giudice che la causa della crisi coniugale è imputabile – con rapporto causa/effetto – unicamente ed esclusivamente alla condotta dell’altro coniuge contraria ai doveri nascenti dal matrimonio. 

L’abbandono del tetto coniugale è, dunque, sicuramente contrario ai doveri nascenti dal matrimonio, tuttavia, se quello dei coniugi che si è allontanato da casa fornisce adeguata prova di averlo fatto per giusta causa, dedurre in giudizio l’abbandono del tetto coniugale non sarà sufficiente ad ottenere l’addebito della separazione. 

conseguenze addebito della separazione

La stessa infedeltà coniugale, di per sé, può quindi non bastare a vedere accolta la domanda di addebito della separazione, qualora il coniuge che è stato infedele riesca a dimostrare che la causa della crisi coniugale è individuabile in un diverso ulteriore fattore, quest’ultimo ascrivibile alla condotta o allo stile di vita dell’altro. Dunque, le più comuni ragioni delle richieste di addebito della separazione, cioè  “abbandono del tetto coniugale” e “infedeltà”, rappresentano comportamenti che il Giudice valuterà attentamente, indagando il nesso di causalità tra quelli e l’intollerabilità della convivenzaovvero tra quelli e la crisi coniugale nel suo complesso

Qualora il Giudice si convinca che una parte ha tenuto una condotta contraria ai doveri matrimoniali, sarà onere del coniuge, cui è imputata tale violazione, fornire la prova della giusta causa del proprio comportamento. Se questa prova non è fornita, al coniuge che ha violato i doveri nascenti dal matrimonio sarà addebitata la separazione per avere causato la crisi definitiva del matrimonio. 

I casi affrontati in Giurisprudenza sono i più svariati, a conferma che la richiesta di addebito della separazione deve esser prudentemente svolta dall’avvocato che si occupa di separazioni giudiziali, in quanto è fondamentale circostanziare e provare la condotta in violazione dei doveri coniugali e il nesso di causa/effetto. 

Le conseguenze dell’addebito della separazione.

addebito della separazione

La più importante conseguenza della Sentenza che pronuncia la separazione con addebito importa che al coniuge -al quale la separazione viene addebitata- non possa essere riconosciuto il diritto al mantenimento (art.156 co.1 c.c.), pur mantenendo il diritto agli alimenti, ove ne ricorrano i presupposti.

Tra le conseguenze dell’addebito della separazione vi è la perdita dei diritti successori nei confronti dell’altro coniuge (art. 548 co.2 c.c.), salvo diritto ad un assegno vitalizio a carico dell’eredità alla condizione che già gli fosse riconosciuto il diritto agli alimenti.

Altra eventuale conseguenza dell’addebito della separazione (le domande di regola sono svolte contestualmente, sebbene siano giuridicamente autonome e distinte) può essere il diritto al risarcimento del danno conseguente la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio che si sia concretizzata in una violazione dei diritti fondamentali della persona (del coniuge a cui la separazione non è stata addebitata).  I casi giurisprudenziali concernono tre fattispecie di fatto: richiesta di risarcimento danni in caso di separazione per violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale; richiesta di risarcimento danni in caso di separazione per violazione degli obblighi di assistenza e solidarietà tra i coniugi e, infine, richiesta di risarcimento danni in caso di separazione per mancata conoscenza delle condizioni di salute psicofisiche e/o sessuali dell’altro coniuge. 

Si precisa che dall’accoglimento della richiesta di addebito della separazione non discende automaticamente anche il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno che, come sopra accennato, costituisce una diversa e ulteriore domanda che il Giudice sottoporrà a ulteriore e diverso accertamento, in base alle prove fornite dal richiedente circa il rapporto di causa/effetto tra la violazione dei doveri coniugali e la lamentata lesione dei diritti della persona

Per ulteriori informazioni sulla possibilità di richiedere la separazione personale dal coniuge con addebito (separazione giudiziale), per consulenze in materia di separazione o divorzio, consensuale o giudiziale, per prendere un appuntamento in Studio o richiedere un parere online, Vi invitiamo a contattare lo Studio Legale ai recapiti indicati nel sito.

dsw_web_pll
fondo patrimoniale

Il fondo patrimoniale

In cosa consiste un fondo patrimoniale

fondo patrimoniale sulla casa familiare e/o su altri beni.

L’Avv. Chiara Pollini opera nel proprio Studio Legale in provincia di Firenze, nel Comune di Sovigliana-Vinci, a pochi passi dal centro città di Empoli. Lo Studio si occupa, tra l’altro, di diritto di famiglia e diritto civile. 

Nei casi di studio, con riguardo al diritto di famiglia in modo particolare, sovente ci si trova a rispondere alle domande dei propri Clienti che, in assoluta buona fede e nell’ottica di voler tutelare i figli e la famiglia, desiderano costituire un fondo patrimoniale sulla casa familiare e/o su altri beni.

Il parere legale dell’avvocato che si occupa di diritto di famiglia e di diritto civile, avente oggetto il fondo patrimoniale, finisce molto spesso per disilludere il Cliente, rendendolo chiaramente consapevole delle specifiche e mirate finalità giuridiche del fondo patrimoniale e della conseguente inattaccabilità relativa dei beni vincolati dal fondo medesimo. 

Sebbene l’istituto abbia quale primario effetto quello di porre un vincolo su determinati beni – creando, quindi, un “patrimonio separato” cioè astrattamente inattaccabile/inespropriabile dai creditori particolari dei coniugi – è bene illustrare al Cliente che non sempre il fondo patrimoniale sarà opponibile a tutti i creditori indistintamente.

Sia che i coniugi intendano affrontare la questione del fondo patrimoniale in occasione della loro imminente separazione, sia che la costituzione del fondo patrimoniale si renda opportuna, a prescindere dalla crisi coniugale, per tutelare la famiglia da possibili azioni esecutive di creditori, dovranno essere tenute in considerazione tanto le norme che disciplinano l’istituto del fondo patrimoniale (artt. 167/171 c.c.) che la recente Giurisprudenza.

Sarà, quindi, opportuno valutare con l’avvocato, prima di costituire il fondo patrimoniale e onde non incorrere in inutili spese per l’atto pubblico, le contingenti obbligazioni patrimoniali già in essere e l’attuale assetto degli interessi economici dei coniugi e dei figli.

Il parere legale dell’avvocato civilista avente ad oggetto il fondo patrimoniale sarà, dunque, finalizzato ad accertare la convenienza economica effettiva della costituzione del fondo e la tutela che il fondo patrimoniale potrà – o non potrà – concretamente garantire alla famiglia rispetto a debiti preesistenti e/o sopravvenienti

Vi è, infatti, un limite all’esecuzione forzata sui beni vincolati dal fondo patrimoniale: essi non sono aggredibili dai creditori per debiti che i creditori medesimi sapevano essere estranei all’interesse e ai bisogni della famiglia, salvo che il fondo sia stato costituito in danno ai creditori stessi.

fondo patrimoniale sulla casa familiare e/o su altri beni.

Al contrario, il creditore potrà rivalersi – quindi pignorare – un bene inserito nel fondo patrimoniale se il debito rimasto impagato è stato contratto per i bisogni della famiglia: a nulla valendo, quindi, in questo caso l’esistenza del fondo patrimoniale. 

La ratio dell’istituto è evidente: garantire l’esistenza di un patrimonio a tutela (soltanto) degli specifici bisogni della famiglia. 

Orbene, il significato del requisito “bisogni della famiglia”, concettualmente pacifico nella giurisprudenza, è in concreto delineato, di volta in volta, dal Giudice di Merito che, progressivamente, ne ha eroso i confini al punto che, ad oggi, esulano dal concetto di “bisogni della famiglia”, in buona sostanza, soltanto le spese meramente superflue e voluttuarie e quelle speculative.  

La ratio dell’istituto, quindi, più specificamente, è quella di garantire al bene conferito nel fondo patrimoniale una inespropriabilità relativa rispetto ai creditori dei coniugi che vantino obbligazioni contratte per scopi estranei ai bisogni familiari.

Il parere legale avente oggetto il fondo patrimoniale chiarirà, infatti, al Cliente che anche l’attività lavorativa dei membri della famiglia è considerata dalla giurisprudenza prevalente funzionale ai bisogni della famiglia e alla sua crescita economica e, di conseguenza, funzionale all’interesse della famiglia. Da ciò deriva che il coniuge, indebitatosi per ragioni attinenti la propria attività lavorativa, non potrà evitare che il creditore aggredisca i beni vincolati dal fondo patrimoniale.

Uno dei casi più comuni

fondo patrimoniale sulla casa familiare e/o su altri beni.

E’ il caso dell’imprenditore individuale che, dopo aver costituito il fondo patrimoniale, contrae un debito con una banca perché necessità di liquidità per la propria ditta dalla quale, si presume, egli tragga il reddito di sostentamento per la propria famiglia.

In caso di mancato pagamento del finanziamento, il creditore potrà aggredire i beni vincolati da fondo patrimoniale. 

Per paralizzare la pretesa del creditore, l’imprenditore individuale dovrà provare, nel corso del giudizio, che il debito contratto con la banca era estraneo all’interesse della propria famiglia.

Il danno ai creditori

fondo patrimoniale sulla casa familiare e/o su altri beni.

Se il fondo è stato costituito allo scopo, o ha per effetto, di sottrarre determinati beni alla garanzia del credito, i creditori potranno ricorrere all’azione revocatoria ordinaria (art. 2901 c.c.) per rendere inopponibile e inefficace il vincolo nei loro confronti.

In caso di debito sorto prima della costituzione del fondo patrimoniale, è sufficiente che i creditori dimostrino che il debitore era consapevole di poter danneggiare l’interesse al recupero del credito. Occorrerà anche dimostrare che il patrimonio residuo del debitore è insufficiente a soddisfare le ragioni creditorie.

In caso di debito sorto dopo la costituzione del fondo patrimoniale, i creditori dovranno dimostrare l’intenzione di nuocere ai loro interessi, cioè l’intento fraudolento. Cioè, se l’atto di costituzione del fondo è anteriore rispetto all’indebitamento, il creditore, allo scopo di rendere inefficace nei suoi confronti il fondo patrimoniale, dovrà dimostrare oltre alla scientia damni anche l’esistenza dell’intento fraudolento del debitore.

Per ulteriori informazioni sulla costituzione del fondo patrimoniale nell’interesse della famiglia, per consulenze in materia di diritto di famiglia e/o di diritto civile, è possibile prendere un appuntamento in Studio o richiedere un parere online ai contatti indicati nel sito internet.









dsw_web_pll
responsabilità civile del gestore del maneggio

La responsabilità civile del maneggio

La pericolosità dell’attività in maneggio ex art. 2050 C.C. e la responsabilità civile del maneggio ex art. 2052 C.C.

responsabilità civile del maneggio per attività pericolosa

L’Avv. Chiara Pollini opera nel proprio Studio Legale in provincia di Firenze, nel Comune di Sovigliana-Vinci, a pochi passi dal centro città di Empoli. Lo Studio si occupa, tra l’altro, di responsabilità civile attinenti attività equestri esercitate da associazioni sportive, professionisti e privati proprietari di cavalli.

Il privato o l’associazione sportiva equestre che prenda in gestione un maneggio assume su di sé importanti rischi di impresa ed è per tale motivo che sarà utile ed opportuna la consulenza e l’assistenza di un avvocato che si occupi di attività equestre.  Preoccupazione principale del gestore del maneggio che si rivolge allo studio legale sarà quella di capire come cautelarsi da richieste danni derivanti da responsabilità civile e penale. 

È senz’altro fondamentale tutelarsi dalle responsabilità sia civili che penali in cui il circolo ippico può incorrere, data anche l’imprevedibilità dei cavalli che, sebbene per propria natura siano considerate prede e pertanto siano solitamente del tutto inoffensivi, ben potranno avere reazioni istintive dettate dallo spavento o da un improvviso fattore di disturbo e, quindi, causare danni a cose e persone.

Rispettare le norme di legge e i regolamenti sportivi, nonché le direttive delle Federazioni, ove esistenti, eviterà di incorrere in responsabilità civile e penale derivante dalla custodia e dall’impiego dei cavalli ospitati presso la struttura, sia che i cavalli siano di proprietà di terzi, sia che essi siano intestati alla struttura medesima (o al titolare del maneggio).

Fondamentale è comunque cautelarsi, in via precauzionale, con la stipula di polizze ad hoc che prevedano estensioni di rischio per il maneggio ulteriori rispetto a quelli comunemente coperti da assicurazioni sportive obbligatorie. 

La responsabilità civile del maneggio di tipo extra contrattuale – o da fatto illecito –

responsabilità civile del maneggio per fatto illecito

Limitando volutamente, per il momento, il tema alla responsabilità civile del maneggio, ci occuperemo della responsabilità di tipo extra contrattualeo da fatto illecito – che è riconducibile a due norme contenute nel codice civile.  

A mente del fatto che il “diritto equestre”, nel nostro Ordinamento, non trova disciplina specialistica, si farà riferimento alternativamente alla “responsabilità per esercizio di attività pericolosaex art. 2050 C.C. o alla “responsabilità per danni cagionati da animaliex art. 2052 C.C.

La responsabilità civile del maneggio ex Art. 2050 C.C.

L’art. 2050 c.c. così dispone:

Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno.”

Dunque l’attività equestre è attività pericolosa? Non necessariamente, ma la pericolosità sarà valutata nel caso concreto, in base alle circostanze e alla dinamica dell’evento dannoso.

Non è pericolosa la lezione di equitazione dell’allievo principiante impartita all’interno del rettangolo del maneggio dall’istruttore, in possesso di regolare titolo, che abbia assegnato all’allievo principiante un cavallo “da scuola”, di indole mite e abituato a (sop)portare i principianti, tollerandone le comuni carenze tecniche.

La stessa lezione di equitazione, con il medesimo allievo principiante, acquisterà tuttavia caratteristiche di pericolosità, agli effetti dell’art. 2050 c.c., qualora l’istruttore si allontani dal campo e/o permetta al principiante di muovere il cavallo in autonomia (senza sorvegliare cavallo e cavaliere, quindi), oppure qualora l’istruttore, pur rimanendo in campo, abbia assegnato all’allievo alle prime armi un puledro non abituato alla scuola, oppure un cavallo nevrile, intollerante agli errori del cavaliere inesperto.

responsabilità civile del gestore del maneggio per attività pericolose

Si possono, quindi, immaginare i più disparati fattori che sono astrattamente suscettibili di “far diventare” pericolosa la semplice lezione di equitazione di un principiante, imputabili e/o non imputabili al gestore del maneggio.

Ed ecco allora che, per andare esente da responsabilità civile del maneggio, il titolare dello stesso dovrà dimostrare che – pur avendo acquisito la lezione di equitazione i caratteri della pericolosità ex art. 2050 c.c. – il circolo aveva adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno, oltre, a non esser incorso in nessuna violazione di legge.

La Giurisprudenza, quindi, è orientata, in linea di principio, a ritenere l’attività equestre intrinsecamente non pericolosa e a contestualizzare le caratteristiche e la concreta dinamica dell’evento dannoso verificatosi nello svolgimento dell’attività stessa. 

Si precisa, tuttavia, che è non pericolosa la lezione di equitazione tenuta da personale qualificato all’interno della struttura idonea, accentuando tuttavia l’essenzialità della presenza continuativa dell’istruttore titolato all’interno del rettangolo. 

La responsabilità civile del maneggio ex Art. 2052 C.C.

Il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall'animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito.

La responsabilità civile del maneggio sorge, dunque, solitamente ex art. 2052 c.c., che così dispone:

Il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall’animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito“.

Quindi, solitamente, il gestore del maneggio si troverà a rispondere (in quanto proprietario e/o utilizzatore in senso economico dell’animale) per ogni reazione del cavallo che abbia arrecato un danno a cose e/o persone, comunque si sia verificato e in ragione del fatto che sia stato causato dall’animale. 

Non avrà alcuna importanza indagare la “colpa” effettiva della condotta del gestore del maneggio (o dell’utilizzatore economico) perché ciò che rileva per l’applicazione dell’art. 2052 c.c. è soltanto che il comportamento dell’animale e l’incidenza causale sui danni subiti dal terzo.

Sarà possibile escludere la responsabilità del titolare del circolo equestre soltanto se si riuscirà a fornire prova che l’evento dannoso è stato causato da un fattore esterno o dalla condotta di terze persone.

Un caso di esclusione di responsabilità civile del maneggio

Si ricorda, la recente Sentenza del Tribunale di Firenze del 07/05/2020 esaminata in altro articolo del blog.

Tale Sentenza ha escluso la responsabilità civile del maneggio in quanto le lesioni personale amazzone sono state causate all’esito di una dinamica dell’evento dannoso (conduzione sotto mano del cavallo  nel tentativo di introdurlo nel van) in cui ha interferito un fattore esterno (arrotolamento della longia attorno alle dita dell’amazzone) del tutto eccezionale e non prevedibile e non riconducibile al comportamento del cavallo (alzata della testa e riottosità ad entrare nel van).

Lo Studio Legale Avv. Chiara Pollini si trova a Sovigliana-Vinci (Fi), in Viale Togliatti n.111, a pochi passi dal centro città di Empoli e, per ulteriori informazioni sui rischi dell’attività equestre, oppure per consulenze in materia di responsabilità civile del maneggio Vi invita a per prendere un appuntamento in Studio o richiedere un parere online.


dsw_web_pll